La partita a scacchi dell’acqua. Tariffe puzzle, competenze all’Aeeg

Sull’acqua si gioca una partita complicata. Da un lato ci sono le tariffe del servizio idrico integrato, estremamente diversificate da città a città – a Firenze, che è la più cara, l’acqua costa quattro volte in più che a Milano, una delle città più economiche insieme a Isernia. Dall’altro lato, c’è la necessità di dare attuazione al risultati del referendum abrogativo dello scorso giugno. E c’è il tema del nuovo assetto del servizio idrico nazionale: le competenze sull’acqua sono state infatti assegnate all’Autorità per l’energia elettrica e il gas, che dovrà anche definire il nuovo metodo tariffario.

Il decreto “Salva Italia” ha infatti trasferito le funzioni di regolazione, vigilanza e controllo del servizio idrico all’Autorità per l’energia e lasciato al  Ministero dell’Ambiente la definizione degli obiettivi generali e dei livelli minimi di qualità del servizio idrico. Sull’acqua si gioca la partita degli investimenti e la necessità di rispettare il dettato del referendum, con i quali i cittadini, lo scorso 12 e 13 giugno, hanno espresso la volontà di riportare l’acqua fra i beni comuni ed escluso la possibilità dei gestori di caricare sulla bolletta un 7% a remunerazione del capitale investito. Tutti questi temi sono stati al centro del convegno, promosso da Federconsumatori, “Tariffe, investimenti e qualità del servizio idrico integrato dopo il voto del referendum e la nuova regolazione con l’Authority”, che si è svolto oggi a Roma.

Si parte dai dati sulle politiche tariffarie del servizio idrico restituiti dalla X Indagine nazionale del Creef (Centro ricerche economiche, educazione e formazione) di Federconsumatori. Immediata l’interpretazione:città che vai, tariffa che trovi. La struttura tariffaria in genere prevede una quota fissa, il costo del servizio di acquedotto con tariffe differenziate per fasce di consumo (con una tariffa agevolata per i consumi più bassi e più elevata al loro crescere), il costo del servizio di fognatura, quello del servizio di depurazione e l’Iva al 10%. In nove città (Bologna, Carrara, La Spezia, Lecco, Massa, Napoli, Rovigo, Siracusa e Terni) viene applicata invece una struttura tariffaria a fasce di consumo procapite in cui i metri cubi sui quali viene applicata la tariffa più bassa variano a seconda del numero dei componenti della famiglia, consentendo quindi di non penalizzare le famiglie numerose e di disincentivare gli sprechi.

Ebbene: quanto pesa la bolletta dell’acqua? L’indagine su 105 (su un totale di 113) città capoluogo di Provincia ha evidenziato una spesa media per un consumo di 200 m3 annui pari a  313,41 euro. Questa la media. Poi ci sono, molto più significative, differenze di rilievo. Le città con la bolletta  più cara sono Firenze, Pistoia e Prato (con 503,03 euro), seguite da Arezzo (494 euro), Grosseto e Siena (480 euro), da Pesaro e Urbino (477 euro), da Livorno (472 euro) e da Agrigento (465 euro). Le città dove l’acqua costa meno sono invece Sondrio (188 euro), Udine (132 euro), Campobasso (167 euro), Milano (133,84 euro) e Isernia (126,18 euro)Firenze quindi ha una bolletta quattro volte superiore alla città meno cara.Anche guardando i dati a livello regionale, emerge che la regione con la bolletta più elevata è la Toscana, seguita da Umbria, Emilia Romagna e Marche, mentre le regioni più economiche sono Lombardia, Calabria e Molise. La Toscana, con una media di 460 euro circa, ha una bolletta tre volte superiore ai 146 euro del Molise.

L’indagine ha confrontato il costo della bolletta del 2011 con quella del 2010 per 92 città capoluogo: il confronto ha evidenziato che si è passati da un costo medio di 304 euro a un costo medio di 326,5 euro, con un rincaro pari al 7,43%, due volte e mezzo il tasso di inflazione. Anche in questo caso, la media va accompagnata da differenze locali molto evidenti. In alcune città i rincari sono molto superiori: in 19 città l’aumento è stato superiore al 10%; a Lecco, Lodi, Carrara e Massa gli aumenti sono stati superiori al 20% (Lecco in particolare ha addirittura segnato un più 141% , Lodi più 35%, le altre due città più 23%); in città come Milano, Venezia e Roma, gli aumenti sono stati rispettivamente di circa il 16%, 14% e il 13%.Complessivamente, il costo di una bolletta media annua media da 200 m3 è passato dai 190 euro del 2000 ai 313 euro del 2011.

Se da una parte c’è la necessità di arrivare a una qualche forma di omogeneità nelle tariffe, dall’altra ci sono le sfide poste dalle nuove competenze riservate all’Autorità per l’energia. Secondo Federconsumatori, “dopo l’attribuzione delle competenze di regolazione del servizio idrico all’Autorità, ci si attende che questa, con il coinvolgimento di tutte la parti interessate, giunga finalmente alla definizione di un nuovo metodo tariffario, disciplinandone la metodologia e i criteri di calcolo delle tariffe idriche, dando applicazione all’esito referendario”. Tariffe, investimenti e rispetto del referendum sono stati alla base della tavola rotonda, cui hanno partecipato fra gli altri il vicepresidente Federutility Mauro D’Ascenzi, Marco Bersani del Coordinamento Forum Nazionale dell’Acqua, Alberto Biancardi, componente dell’Autorità per l’energia, Tullio Fanelli, sottosegretario all’Ambiente, e Rosario Trefiletti, presidente Federconsumatori.

L’Autorità per l’energia – ha detto Biancardi – lancerà a breve un documento di consultazione per dare risposta ad alcune delle domande più stringenti, quali appunto l’applicazione degli esiti referendari, cui seguirà un lavoro di medio periodo per arrivare a risposte di sistema. “C’è un problema importantissimo di attuazione o rinforzo dei flussi di investimenti – ha detto il rappresentante dell’Aeeg – di tutela dell’ambiente, di lasciare un sistema adeguato alle generazioni future”. Ci sono poi i numeri degli investimenti necessari per il settore idrico – pari a 65 miliardi di euro.

Dove trovarli? Andavano trovati nelle tariffe, è l’argomentazione di fondo di Federutility, mentre per Marco Bersani, rappresentante del Coordinamento nazionale del Forum nazionale dell’acquagli investimenti vanno coperti da una combinazione di fiscalità generale, tariffe e intervento pubblico. E l’intera partita dell’acqua va riconsegnata nelle mani dei cittadini. Ha argomentato Bersani: “Non abbiamo mai immaginato che vi sia una gestione di Stato dell’acqua. Il servizio idrico è territoriale. Il finanziamento delle opere del servizio deve essere territorializzato. La leva tariffaria va mantenuta e non abbiamo mai detto che l’acqua deve essere gratuita. Diciamo che ci deve essere una fiscalità generale che copre un quantitativo minimo di acqua, deciso dell’Onu, da garantire a tutti, anche a chi non ha i soldi per pagare”.

Dal sottosegretario Fanelli è invece arrivato l’invito a considerare il mondo dell’acqua nella sua totalità, non soltanto nell’ambito del settore idrico-potabile ma anche nel settore dell’agricoltura, dell’industria e degli investimenti necessari per la tutela idrogeologica. Gli in vestimenti, sostiene Fanelli, vanno fatti nell’ambito deldistretto idrografico – in Italia ve ne sono otto – e l’acqua va trattata a livello di paese, “regolata – ha detto Fanelli – in maniera giusta, equa ed efficiente”. In questa prospettiva, la quota degli investimenti andrebbe ripartita in modo tale da lasciare nella fiscalità generale quelli che non sono esclusivamente legati all’idrogeologico (come i grandi investimenti) e nella tariffa quelli da realizzare in ambito locale.

Di certo il lavoro è tanto e complicato. E se dal rappresentante del Forum per l’acqua arriva l’invito a riconsegnare la partita dell’acqua nelle mani dei cittadini, Rosario Trefiletti lancia la richiesta di aprire un tavolo di confronto perché c’è l’urgenza di avere punti di riferimento chiari e comportamenti coerenti con il dettato della Corte Costituzionale, nella garanzia che ci sarà battaglia “perché ci sia coerenza – ha concluso il presidente di Federconsumatori – fra quanto deciso dal referendum e le scelte che verranno fatte sull’acqua”.

di Sabrina Bergamini

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Pensioni, Istat: quasi la metà sotto i 1000 euro

Quasi la metà dei pensionati italiani riceve una pensione al di sotto dei 1000 euro mensili. Il 14,4% ha una pensione inferiore a 500 euro, il 31% (5,2 milioni di individui) ha una pensione tra i 500 e i 1.000 euro, il 23,5% riceve tra 1.000 e 1.500 euro e il restante 31,1% ha una pensione superiore a 1.500 euro. Sono alcuni dei numeri pubblicati oggi dall’Istat sulle pensioni.

Un altro dato interessante è quello sulla quantità di pensioni percepite da un unico individuo: il 67,3% dei pensionati percepisce una sola pensione, il 24,8% ne percepisce due e il 6,5% tre; il restante 1,4% è titolare di quattro o più pensioni.

Anche sulle pensioni pesa una differenza di genere: le donne, che rappresentano il 53% dei pensionati, percepiscono assegni di importo medio pari a 12.840 euro, contro i 18.435 euro degli uomini;il 54,9% delle donne riceve meno di 1000 euro, a fronte di una quota del 34,9% tra gli uomini. Il 48,5% dei pensionati ha un’età compresa tra 65 e 79 anni, il 22,3% ne ha più di 80; iI restante 29,1% ha meno di 65 anni.

“Drammatica, allarmante, imbarazzante: non ci sono altri termini per definire la situazione dei pensionati in Italia fotografata dall’Istat. Una situazione peraltro già nota e più volte da noi denunciata”. E’ questo il commento di Massimo Vivoli, vice presidente vicario della Confesercenti e presidenti della Fipac, l’organizzazione dei pensionati dell’associazione, ai dati diffusi oggi dall’istituto di statistica.

E’ assurdo che in un Paese come l’Italia la metà dei pensionati debba lottare per sopravvivere con meno di 1000 euro al mese  e che un 10% percepisca una pensione addirittura inferiore ai  500 euro. E tutto questo a fronte di una pressione fiscale crescente, soprattutto a carico dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, di un potere d’acquisto in caduta libera e di continui aumenti dei prezzi in buona parte legati al costo dei carburanti. Mi auguro – conclude il presidente della Fipac – che i dati dell’Istat contribuiscano a sensibilizzare le forze politiche ed il Governo su questo problema, mettendo in campo misure incisive, realmente capaci di sottrarre milioni di pensionati alla condizione di disagio in cui sono costretti a vivere”.

“I pensionati italiani si confermano i più poveri d’Europa – spiega il Presidente Codacons, Carlo Rienzi – A pesare è soprattutto la pressione fiscale, che nel nostro paese resta elevatissima, mentre altri paesi europei non prevedono alcuna tassazione sulle pensioni. A peggiorare la situazione le ultime misure introdotte in Italia, che hanno determinato un aumento dei prezzi e delle tariffe e una conseguente perdita del potere d’acquisto, già crollato negli ultimi anni. Basti pensare che dal 1993 ad oggi il potere d’acquisto di chi percepisce una pensione medio/bassa è calato di oltre il 50%. Ci chiediamo come faranno a sopravvivere quei 2,4 milioni di italiani che percepiscono una pensione da fame inferiore ai 500 euro, quando ad ottobre scatterà il nuovo rincaro dell’Iva e il conseguente aumento dei prezzi in tutti i settori” – conclude Rienzi.

Da un’analisi di Federpensioni Coldiretti emerge che quasi 1,2 milioni di pensionati coltivatori diretti riceve circa  600 euro al mese e l’importo si abbassa se si analizzano le pensioni di invalidità con 445 euro al mese e le pensioni ai superstiti che toccano a mala pena i 300 euro al mese. Secondo il presidente della Federpensionati Coldiretti Antonio Mansueto “siamo di fronte, ad elementi economici spesso di pura sussistenza che evidenziano situazioni difficili nelle campagne per pensionati che vedono ogni giorno aumenti del costo della vita”.

Rendimento energetico degli edifici, Italia deferita alla Corte di Giustizia UE

L’Italia è stata deferita alla Corte di giustizia dell’UE perché non si è pienamente conformata alla direttiva comunitaria sul rendimento energetico nell’edilizia. Gli edifici sono all’origine di circa il 40% del consumo energetico e del 36% delle emissioni di CO2 nell’Unione Europea e la direttiva 2002/91/CE mira a ridurre in misura significativa il consumo energetico degli edifici, contribuendo alla lotta contro il riscaldamento climatico e a rafforzando la sicurezza energetica dell’UE.

Edifici efficienti dal punto di vista energetico possono consentire alle famiglie di ridurre drasticamente la spesa in bolletta. È quindi fondamentale che gli Stati membri applichino integralmente la normativa, ma la legge italiana non è conforme alle disposizioni relative agli attestati di rendimento energetico. La direttiva prevede che, in fase di costruzione, compravendita o locazione di un edificio, l’attestato di certificazione energetica sia messo a disposizione del proprietario che deve, a sua volta, metterlo a disposizione del futuro acquirente o locatario. Si tratta di un elemento essenziale, che permette di avere un quadro chiaro della qualità dell’edificio sotto il profilo del risparmio energetico e dei relativi costi. Tali attestati e le relative ispezioni devono essere rispettivamente compilati ed eseguite da esperti qualificati e/o accreditati.Attualmente, la direttiva italiana non prevede questo requisito per tutti gli edifici e comprende deroghe all’obbligo di certificazione da parte di un esperto che non sono previste nella direttiva.

Inoltre, le autorità italiane non hanno ancora comunicato le misure di attuazione relative alle ispezioni dei sistemi di condizionamento d’aria. La direttiva prevede ispezioni periodiche che contemplino una valutazione dell’efficienza del sistema e del suo dimensionamento, corredata da raccomandazioni in merito ai possibili miglioramenti.

Il procedimento di infrazione contro l’Italia è stato avviato nel 2006; nonostante diverse lettere di costituzione in mora e pareri motivati inviati alle autorità italiane, la normativa continua a non essere conforme alla direttiva. L’Italia ora rischia una multa.

Switch off, riparte da Pescara il tour “Digitale Chairo” di Adiconsum

Un tour dedicato al passaggio alla tv digitale. Ripartirà domani da Pescara il progetto itinerante di Adiconsum “Digitale Chiaro” che si avvale di uno stand itinerante, il TV DIGITAL EXHIBITION, attrezzato con televisori HD/3D, decoder terrestri e satellitari funzionanti, collegati a parabola e antenna, anche di più marche grazie alla collaborazione di ANITEC (Associazione industrie informatica, tlc ed elettronica di consumo) per far toccare con mano ai consumatori la nuova tv. Un format vincente, copiato e messo in atto anche dal Ministero dello Sviluppo Economico, che si è ripetuto fino ad ora per 3 anni e 45 città.Visitando lo stand di Adiconsum, i consumatori potranno chiedere informazioni gratuite sulla scelta dei decoder e dei televisori, ricevere risposte ai problemi di ricezione e impiantistica e 2 pubblicazioni sull’argomento, realizzate dal settore nuove tecnologie di Adiconsum.

Lo switch-off  avverrà in Provincia di Foggia e in Abruzzo dal 7 al 23 maggio prossimi, in anticipo rispetto al resto della Puglia. La zona della Capitanata è infatti legata al passaggio di Abruzzo e Molise. In particolare, nella città di Foggia il passaggio (cioè la chiusura definitiva del segnale analogico) ci sarà il 18 maggio. Con il termine switch-off si intende lo spegnimento dei tradizionali segnali televisivi analogici e il passaggio ai nuovi segnali in digitale terrestre. Da quel momento per poter vedere la televisione digitale sarà necessario dotarsi dell’apposito decoder.

Dal 24 maggio all’8 giugno, invece, avverrà il passaggio nel resto della Puglia, in Basilicata e nelle Province di Cosenza e Crotone. Dall’11 al 30 giugno ci sarà il passaggio nel resto della Calabria e in Sicilia, completando così l’abbandono della tv analogica e il passaggio al digitale in tutta Italia.

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Lo switch-off  avverrà in Provincia di Foggia e in Abruzzo dal 7 al 23 maggio prossimi, in anticipo rispetto al resto della Puglia. La zona della Capitanata è infatti legata al passaggio di Abruzzo e Molise. In particolare, nella città di Foggia il passaggio (cioè la chiusura definitiva del segnale analogico) ci sarà il 18 maggio. Con il termine switch-off si intende lo spegnimento dei tradizionali segnali televisivi analogici e il passaggio ai nuovi segnali in digitale terrestre. Da quel momento per poter vedere la televisione digitale sarà necessario dotarsi dell’apposito decoder.

Dal 24 maggio all’8 giugno, invece, avverrà il passaggio nel resto della Puglia, in Basilicata e nelle Province di Cosenza e Crotone. Dall’11 al 30 giugno ci sarà il passaggio nel resto della Calabria e in Sicilia, completando così l’abbandono della tv analogica e il passaggio al digitale in tutta Italia.